2 considerazioni sul fenomeno Massimo Pericolo e sullo scandalo di Beretta

Voi non potete passare sul mio passato / vorrei vedervi passare quel che ho passato.

Massimo Pericolo (vero nome Alessandro Vanetti) ha solo 27 anni, i videoclip delle sue canzoni conquistano decine di milioni di visualizzazioni su YouTube e il suo primo album si è aggiudicato il settimo posto tra i venti migliori album del 2019 secondo Rolling Stone.

Nella musica sa essere poetico e riflessivo ma anche trasgressivo e senza peli sulla lingua, espressione di un passato non facile. Del resto, come spesso accenna nelle sue canzoni, Vanetti ha trascorso più di un anno tra galera e arresti domiciliari per spaccio di marijuana.

La prima volta che ho sentito parlare di Massimo Pericolo è stata all’interno del programma Realiti, una di quelle trasmissioni di Enrico Lucci incentrate al 90% sul prendere in giro i fenomeni cringe del nostro paese, tant’è che ricordo che per tutta l’intervista pensai che Massimo fosse un personaggio trash de rap italiano in stile MC Fierli o TruceBaldazzi.

La seconda occasione in cui sentii parlare di Massimo Pericolo gli rese decisamente molta più giustizia. Si trattava di un suo featuring all’interno dell’album Persona di Marracash, per la precisione nel brano Appartengo. Pensai che dovesse essere davvero in gamba per essersi meritato, in così poco tempo, un featuring con un big come Marra, e quella strofa presto sarebbe diventata la mia performance preferita del rapper di Varese: poco più di un minuto di rime sulla vita, sulla libertà e sul coraggio pronunciate con malinconica delicatezza, come un amico che ti confessa i suoi pensieri durante una passeggiata notturna. Almeno questo è ciò che ha evocato in me la bellezza di quella strofa.

Ed è proprio in questo che trovo l’innovatività di Massimo Pericolo: il suo oscillare dal filosofico al politicamente scorretto, dai videoclip con le armi da fuoco a quelli con tenerissimi gatti pulotti. Questa è la dicotomia della vita e della musica di Massimo Pericolo.

Il lato aggressivo e scorretto lo si ritrova in brani come 7 Miliardi, il pezzo che, con più di undici milioni di visualizzazioni su YouTube, l’ha portato alla fama.
Personalmente, resta il brano di Massimo che gradisco di meno, anche se
riconosco in esso, dopo la carrellata di minacce e volgarità, la gigantesca potenza emotiva di quel «voglio solo una vita decente» messo alla fine della canzone.

Ogni pezzo di Massimo Pericolo è una narrazione di se stesso, della sua storia e del suo tragico passato. I suoi pezzi esprimono spesso dolore per una vita difficile, e scandalizzano perchè attaccano ed esprimono sfiducia nei confronti di determinate forme di potere: il videoclip del brano sopracitato, ad esempio, inizia con Massimo che brucia la propria tessera elettorale.
La sua musica è molto apprezzata anche perché ha rappresentato il trampolino della sua rivalsa. Il fenomeno Massimo Pericolo, infatti, è prima di tutto la narrazione di un ragazzo che ha saputo capovolgere le sfortune della vita diventando famoso attraverso la propria passione, e molti giovani senza dubbio nutrono una forte voglia di immedesimarsi in lui. Un desiderio di emulazione che, secondo qualcuno, può essere pericoloso se si considerano i contenuti spesso espliciti che permeano i testi del rapper.

Massimo ovviamente non è il primo e non sarà l’ultimo fenomeno giovanile a scandalizzare con la musica, del resto il rap stesso in questo paese è stato un vero e proprio spartiacque culturale. Riflettendoci, prima dell’approdo del rap nell’universo mainstream italiano (avvenuto circa una quindicina di anni fa) quei testi così aggressivi e così espliciti, pieni di parolacce e di riferimenti a sesso e droga, non esistevano. E con essi non esisteva neanche un certo tipo di denuncia sociale e di riflessione sull’attualità che solo la musica rap è riuscita negli anni a esprimere. Ed è proprio dal connubio di tutte queste cose che nasce il fascino del rap.

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Purtroppo né Massimo né qualsiasi altro rapper riuscirà a cancellare lo stigma che il rap porta con sé da anni, ovvero quello di essere considerato, da molti, musica per tamarri che elogia la delinquenza. È una nomea che purtroppo il rap continuerà a portare per chissà quanto, quando in realtà tutti gli appassionati di rap che conosco rappresentano l’esatto opposto.

Non penso che ascoltare Massimo Pericolo voglia dire essere a favore della violenza, delle armi o del consumo di droghe. Così come ascoltare death metal non significa essere seguaci di Satana o ascoltare musica classica non rende automaticamente sofisticati. A volte i giovani seguono fenomeni artistici trasgressivi semplicemente perché la sfera mainstream gli appare troppo ipocrita.
Inoltre, rispetto a molti rapper – italiani e non – che effettivamente puntano solo allo sdoganamento di valori “sbagliati” e, considerando la vena filosofica di Massimo, penso che i suoi siano piuttosto messaggi che riflettono e si adattano alla crudezza dei tempi che viviamo. Ricordo la risposta che diede un autore satirico accusato di dire troppe parolacce: «in una società in cui tutte le persone comuni dicono parolacce, perché gli artisti non dovrebbero?».

A tal proposito, di recente Massimo Pericolo è stato coinvolto in uno scandalo legato al videoclip del suo ultimo brano, Beretta, nel quale interpreta il ruolo di un poliziotto corrotto. Il video in sé è una denuncia delle cosiddette “mele marce” in polizia, tant’è che include anche un riferimento all’uccisione di George Floyd.
Il video è stato denunciato dalla polizia come vilipendio alla divisa, aprendo per l’ennesima volta il dabittato sulla libertà delle provocazioni artistiche.

Tuttavia, coincidentalmente, un paio di giorni dopo l’uscita del videoclip è scoppiato lo scandalo della caserma degli orrori di Piacenza, dimostrando che quanto raccontato da Massimo rappresenta purtroppo un fenomeno reale del nostro paese (e non solo).
Il dibattito si potrebbe chiudere semplicemente ricordandoci che lo sdegno va sempre rivolto verso i fenomeni in sé, non verso la loro rappresentazione, oppure, ancora meglio, si potrebbe chiudere con una considerazione emersa durante l’intervista a Massimo Pericolo a L’Assedio: «l’arte deve raccontare il mondo, non aggiustarlo».

Emanuele

Nato nel 1994. Terminato il liceo scientifico, si iscrive all'Università Federico II di Napoli dove si laurea in Culture digitali e della comunicazione nel 2015 e in Comunicazione pubblica, sociale e politica nel 2018. Appassionato di comicità, teatro, videogiochi e tanto altro, adora qualsiasi cosa sappia mescolare con ingegno il sacro con il profano e vanta una vasta collezione di materiale satirico in continua crescita. Nel 2019 ha collaborato, realizzando una clip e scrivendo testi tramite piattaforma Discord, con Epic Rap Battles of History. Ha fondato XCose nel 2016 assieme ai suoi amici e da allora ricopre il ruolo di redattore e social media manager.

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