3 famosi falsi miti sul Beppe Grillo comico

Il 4 ottobre 2009 è indubbiamente una data che ha ridimensionato agli occhi di molti la figura di Beppe Grillo.
La fondazione del Movimento 5 Stelle, infatti, plasmò automaticamente la figura di un Grillo ibrido comico-politico che ancora oggi è fonte di dubbi e dibattiti da parte di giornalisti, politologi, appassionati di comicità e persino di alcuni colleghi dello stesso Grillo.
Ma non è del Grillo politico che vuole occuparsi questo articolo, o meglio: l’intenzione è quella di sfatare tre famosi falsi miti sul Beppe Grillo comico che, da quando il comico genovese è “sceso in campo”, hanno incominciato a circolare creando confusione e fraintendimenti tra la figura di Grillo pre e post Movimento 5 Stelle.

3 famosi falsi miti sul Beppe Grillo comicoIl fulcro di questo articolo, infatti, è proprio quello di evidenziare il fatto che il Grillo comico e quello politico sono in realtà due figure tranquillamente analizzabili separatamente che non mancano di sostanziose differenze. Si tratta di differenze che non tutti hanno notato ma su cui lo stesso Grillo ha ironizzato dedicando a esse addirittura il titolo di un suo ultimo spettacolo.

A tal proposito, occorre fare una precisazione: quando in questo articolo si fa riferimento agli spettacoli di Grillo, ci si riferisce a quelli che ebbero luogo nei vari teatri e palazzetti dello sport nell’arco temporale che va dalla censura da parte della Rai fino alla nascita del Movimento 5 Stelle, o meglio: da Cervello (1997) a Delirio (2008).

 

«Grillo si è costruito una carriera con i vaffanculo ai politici»

Questa frase è probabilmente l’indizio più rapido per identificare immediatamente una persona che non ha mai visto uno spettacolo di Beppe Grillo.

Sì, i vaffanculo ai politici (e non solo) nei suoi vecchi spettacoli c’erano, ma erano molti di meno rispetto a quelli del “nuovo Grillo”, quello dei V-Day, dei vaffanculo in piazza e del Movimento 5 Stelle.

In quegli stessi spettacoli le battute in generale sui politici erano in netta minoranza anche rispetto a quelle del Grillo degli esordi: quando Grillo venne cacciato dalla Rai e trovò nuovi spazi nei teatri e nei palasport, il suo stile comico cambiò notevolmente: smise di occuparsi dei singoli politici e passò invece alla satira su argomenti che lui stesso definiva di maggior rilevanza: banche, mafia, alta finanza, religione, guerra, tecnologia e molto altro.

Insomma, per usare le parole di Michele Serra: «Grillo disse basta alla sovrastruttura, che sono le facce dei politici che fanno ridere, e incominciò a parlare invece della struttura».

Basta vedere uno qualsiasi dei vecchi spettacoli di Beppe Grillo per smentire immediatamente questo falso mito: i suoi spettacoli erano un vero e proprio tuffo in un mare di battute a profusione con la quale Grillo riusciva a dipingere tragicomicamente l’attualità, tirando “mattoni” spesso pesantissimi ma capaci di far ridere (e anche molto) seguendo quella regola aurea che abbiamo appreso tutti da piccoli quando raccontavamo barzellette: non importa cosa si dice, ma come lo si dice.

 

«Grillo non faceva satira ma propaganda»

Questo è sicuramente il falso mito più controverso dei tre perché tira in ballo numerosi aspetti legati non solo alla comicità ma anche alla comunicazione e che solitamente si manifesta attraverso frasi come «la gente pagava il biglietto per assistere a dei comizi».

Considerazioni molto interessanti sul perché quella che Grillo portò in piazza dopo la fondazione del Movimento non poteva più  essere considerata satira sono state espresse da altri comici come Paolo Rossi e Daniele Luttazzi, considerazioni che sono state anche al centro di dubbi e polemiche riguardo i suoi ultimi monologhi a teatro nel periodo post-Movimento 5 Stelle.

Tuttavia, rivolta al passato, la stessa accusa non ha alcun senso: non tutti sembrano ricordare che, ai tempi dei suoi vecchi spettacoli, Grillo, ancora privo di un partito, riuscì a inimicarsi praticamente qualsiasi parte politica proprio perché attaccava indifferentemente destra, sinistra e centro.
Paradossalmente, infatti, il Grillo degli anni ’90 e dei primi anni 2000 era più super partes di molti altri comici di oggi e di allora (nessuno dei quali, inoltre, salvo forse rarissimi casi, fa o faceva propaganda).

Certo, rivedendoli adesso alcuni suoi vecchi monologhi possono in un certo senso essere interpretati come una forma embrionale di ciò che poi sarebbe diventato lo statuto dei 5 Stelle (per farla breve: la classica cospirazione del “Grillo aveva pianificato tutto”), ma arrivare a definirla “propaganda” è eccessivo, soprattutto se si considera che in quegli anni a Grillo era praticamente vietato mettere piede in tutte le principali emittenti italiane.

 

«Grillo non faceva stand-up comedy»

Dei tre questo è il falso mito più recente, dato che in Italia un vero e proprio dibattito su cosa è stand-up comedy e cosa non lo è sembrerebbe essersi instaurato solo negli ultimi anni. Tale dibattito, in tempi molto recenti, ha tirato in ballo proprio Grillo, in particolar modo da quando il comico ha deciso di ritornare a teatro dicendo di voler tornare quello di una volta.

Grillo di certo non è mai stato uno stand-up comedian vero e proprio, a cominciare dal fatto che nei suoi spettacoli non resta fermo sul palco con un microfono in mano, ma il suo registro dissacrante ed esplicito e l’occhio vigile e critico sull’attualità hanno sempre attinto – forse anche inconsapevolmente – dallo stile corrosivo tipico della stand-up.
Lo spettacolo La Grande Trasformazione (2001), in cui Grillo si cimentò in una serie di battute sull’11 Settembre a pochi mesi dall’attentato, rappresenta ancora oggi forse uno di quei rarissimi esempi di satira amara “all’americana” sull’attualità che abbiamo mai avuto in Italia, soprattutto se si considera che il nostro paese in quegli anni non era certo abituato ai vari Lenny Bruce o George Carlin.

Questa cosa non è stata compresa né da quelli che rimasero interdetti dinanzi al fatto che un anno fa Netflix scelse proprio uno spettacolo di Beppe Grillo come spettacolo di stand-up comedy italiano” al pari di quelli mandati in onda in America, e né tantomeno da quelli che si strapparono i capelli e si rotolarono in lacrime nel fuoco intonando cori latini al contrario perché in quello stesso spettacolo Grillo affermava: «Una volta c’erano i travestiti, non c’erano i transgender. È una donna col belino oppure un uomo che parla tanto».
Giornalisti, blogger e social commentator vari che negli ultimi anni si erano riempiti la bocca di elogi alla stand-up comedy (senza probabilmente né approfondire né appassionarsene) rimasero indignati dinanzi a qualcosa che, per una volta, era davvero al pari del politicamente scorretto tipico della stand-up americana.

Verrebbe da chiedersi come reagirebbero questi stessi “amanti” e “esperti” di stand-up comedy se venissero a scoprire che Doug Stanhope ha un’intera routine in cui se la prende con gli ebrei e che in Die Laughing dice che gli sarebbe piaciuto essere uno school shooter; che Bill Hicks definiva i southerners persone involute senza pollici opponibili e che George Carlin diceva di considerare gli attentati terroristici una fonte di intrattenimento e definiva il politically correct «una forma di fascismo».

 

In conclusione, con questo articolo spero di aver sfoltito un po’ di dubbi sull’attuale considerazione che l’opinione pubblica sembra avere del Beppe Grillo comico, o almeno di aver fornito un po’ di argomenti in più a chi cerca di sciogliere il binomio che vede la figura dell’appassionato dei vecchi spettacoli di Grillo e quella del grillino come coincidenti.

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Emanuele

Nato nel 1994. Terminato il liceo scientifico, si iscrive all'Università Federico II di Napoli dove si laurea in Culture digitali e della comunicazione nel 2015 e in Comunicazione pubblica, sociale e politica nel 2018. Appassionato di comicità, teatro, videogiochi e tanto altro, adora qualsiasi cosa sappia mescolare con ingegno il sacro con il profano e vanta una vasta collezione di materiale satirico in continua crescita. Nell’aprile 2016 fonda assieme ai suoi amici XCose.it, dove ricopre il ruolo di redattore e social media manager.