4 cause della crisi culturale italiana

Ormai sono anni che veniamo costantemente bombardati dalla parola “crisi”. Affianco alla crisi economica, però, bisogna ricordarsi che c’è un altro tipo di crisi che si sta affermando nel nostro paese: si tratta di una crisi culturale italiana (che volendo può essere intesa anche come “artistica” o “intellettuale”).

Come mai in questi ultimi anni sembrerebbe non esserci alcuna traccia di un valido erede di un Luigi Tenco, di un Alberto Sordi o di un Italo Calvino? Cosa sta succedendo al panorama artistico e culturale del nostro Paese?

Oggi XCose cerca quindi di fare chiarezza su 4 fattori che stanno comportando una crisi culturale in questo paese.

1 – Cancellazione del passato

Erasing-Creativity

Non troppi giorni fa ho avuto la fortuna di beccare per caso su Rai3 una trasmissione in cui si stava svolgendo un’intervista ad Angela Staude sulla vita di suo marito Tiziano Terzani.
Il mio stupore è stato immenso nel vedere per una volta in televisione un omaggio ad un grande uomo del passato del nostro paese, uno di quelli che ho dovuto conoscere tramite YouTube perché in televisione e nelle scuole non viene mai nominato.

Questo mi ha fatto riflettere su come sarebbe stata la mia vita se negli ultimi 10 anni non fosse esistito internet e avessi utlizzato solo la televisione e i non proprio imparziali giornali italiani come fonte di informazione e ispirazione. Quanti personaggi importanti del passato non avrei mai conosciuto? Quanti spettacoli e film non avrei mai visto per via del fatto che la televisione italiana propone al 90% solo spazzatura?

Ricordarsi dei grandi uomini del passato dovrebbe essere un passo fondamentale, se non il primo, di un percorso artistico. Ma ci sono centinaia di filosofi, poeti, musicisti, registi, cantanti, giornalisti e tante altre personalità del nostro passato che stanno finendo nel dimenticatoio, e il fatto che la televisione non ci aiuta a recuperarle, unita al fatto che spesso siamo noi stessi a non volerci informare, sono gravi sintomi di una crisi culturale italiana.

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2 – Attaccamento maniacale a degli standard

crisi culturale italiana DHMIS

Il fatto che ogni anno in Italia per ogni film ben realizzato ne escono almeno altri 30 che si dividono tra cinepanettoni, film pieni di stereotipi (basta film sulle differenze tra nord e sud, per carità divina) e commedie che non fanno ridere, tra l’altro tutte rigorosamente uguali, è un altro segno di una crisi culturale italiana.

Il mondo del cinema è il primo che viene in mente, ma questa logica è applicata anche in altri campi: basti pensare ad esempio alle canzoni “da talent show” che ormai suonano tutte uguali, oppure a certi generi letterari immersi in giganteschi circuiti di copia-e-incolla (quanti cloni di Harry Potter, Il Signore degli anelli e 50 sfumature di grigio esistono?).

Per qualche motivo assurdo si ha paura della novità, come se oltre la linea dello standard ci fosse un baratro profondissimo. O magari è solo paura di non fare “la grana”, così si individua uno standard che piace alla gente e lo si spreme fino al midollo (“beating the dead horse”, direbbero in inglese) finché comporta il guadagnare dei bei bigliettoni, ma a quello ci arriviamo in seguito.

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3 – Prostituzione intellettuale

crisi culturale italiana virtuale

Circa una decina di anni fa Daniele Luttazzi rifiutò la co-conduzione del Festival di Sanremo con Baudo perché sosteneva che quel palco non avesse niente a che fare con lui e la sua arte.
Sapendo quanti soldi girano esattamente attorno al Festival di Sanremo, quante persone oggi rifiuterebbero un’occasione del genere in difesa della propria onestà intellettuale?

Penso che la maggior parte degli italiani, pur di intascare il succoso cachet del Festival, non solo accetterebbe di presentarlo, ma ci andrebbe pure vestita da Raffaella Carrà.

Prendiamo ad esempio certi youtubers, categoria che rappresenta un mondo dell’intrattenimento che sta emergendo (infatti molti di loro sottolineano spesso come rappresentino il “nuovo che avanza”):
Sono ragazzi che certamente non vivono sotto i ponti, tuttavia, guardando le pubblicità che finiscono a fare, i film a cui decidono di prendere parte, i libri che scrivono e gli show in cui si fanno ospitare, si avverte come sarebbero disposti a dare via l’anima per la fama. Il problema in sè non è neanche il voler cercare visibilità, pratica che purtroppo spesso diventa invadente, ma il dove e il come. Come ad esempio andare ospiti a Ciao Darwin per poi cercare di convincerci che non è un programma trash.

Da portatori di innovazione a fautori della crisi culturale italiana, si lasciano sfruttare da certi viscidi ambienti televisivi in nome della visibilità (e non si parla solo di youtubers), trattando la propria arte, il proprio talento e le proprie idee come delle prostitute da mandare in strada, e non fa niente se la strada è sporca e fredda, l’importante è che comporti visibilità e, possibilmente, soldi.
E a proposito di soldi, eccoci arrivati al punto 4.

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4 – Soldi

crisi culturale italiana soldi

Il simbolo massimo della crisi culturale italiana (e non solo).

Quei poveri esseri che hanno solo il denaro hanno detto: colleghiamo tutto col denaro, così noi che controlliamo il denaro controlleremo i sentimenti, la cultura, la poesia, tutto.
– Silvano Agosti

È sbagliato guadagnare attraverso la propria arte? Assolutamente no, di certo non la penso come Tremonti che diceva che “con l’arte non si mangia”.
Ma è sbagliato intraprendere un percorso artistico con lo scopo primario di fare soldi? Sì.

Vedere un artista vendersi fa soffrire, ma vedere interi progetti o artisti sorgere (o meglio: essere costruiti a tavolino) con lo scopo primario di fare soldi fa soffrire ancora di più.
“Ho fatto i lavori peggiori per ripagarmi i CD, sognando un futuro migliore tipo questo qui” canta Salmo in “1984”.

Invece oggi, in tempi di crisi (quella economica), pare si stia verificando paradossalmente un aumento del processo opposto: sta diminuendo la voglia di lavorare e aumentando quella di sfruttare le proprie idee e il proprio talento allo scopo primario di fare soldi facili.
Trattare il proprio talento e la propria arte come una fredda macchina da soldi è davvero uno dei meccanismi più tristi della nostra società.

In sintesi:

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Emanuele

Nato nel 1994. Terminato il liceo scientifico, si iscrive a “Culture digitali e della comunicazione” all’università Federico II di Napoli, dove si laurea nel 2015.Appassionato di musica, lettura, teatro, comicità, videogiochi e tanto altro, adora qualsiasi cosa sappia mescolare con ingegno il sacro con il profano e vanta una vasta collezione di materiale satirico in continua crescita.Nell’aprile 2016 fonda assieme ai suoi amici XCose.it, dove ricopre il ruolo di redattore, social media manager e grammar nazi.

  • SpeedHunter

    Anche Zalone rifiutò di andare a San Remo.

    • Emanuele

      Zalone rifiutò un’ospitata in un periodo in cui guadagnava milioni coi
      film. Lutazzi rifiutò la co-conduzione in un periodo in cui era stato
      censurato da qualsiasi emittente e la visibilità e i soldi di Sanremo gli avrebbero giovato senza dubbio, ma non lo fece per coerenza. Mi sembrano due casi abbastanza diversi.

      • SpeedHunter

        Anche questo è vero.

  • PieraLeonardi

    Luttazzi rifiutò anche di presentare la prima edizione del Grande Fratello perché lo giudicò un programma dannoso, soprattutto per chi vi partecipava. Al suo posto accettò Daria Bignardi, che in tv poi ha avuto una grande carriera. Inoltre Luttazzi smise di partecipare al Costanzo Show, di cui era opinionista fisso, la sera in cui Costanzo inaugurò la “tv del dolore”. Luttazzi rifiutò anche di scrivere sul Foglio di Giuliano Ferrara. E se ne andò da Rolling Stone quando fecero un’intervista-marchetta a Carlo Rossella, che Luttazzi aveva collegato al Nigergate un anno prima che lo facesse lo “scoop” di “Repubblica”. Massimo rispetto per Luttazzi.

    • Emanuele

      Giusto, grazie mille per le precisazioni 😉