0,17 considerazioni intorno allo scandalo Facebook

 

Loro ci osservano. Ci guardano da lontano e studiano ogni nostra mossa. Ci scrutano, ci spiano, vogliono sapere tutto di noi. È così, da sempre. Si insidiano nelle pieghe della nostra mente, depongono uova nel nostro cervello. Ci vendono e ci comprano, non siamo altro che codici, numeri, obiettivi, merce, oggetti. Siamo sotto riflettori spenti sempre accessi, costantemente controllati, prigionieri in una gabbia di libertà. Siamo immersi in un mare di diamanti ma non sappiamo stare a galla. Le uova si schiudono e arrivano i fantasmi. Ma loro non si fermano, continuano a essere presenti, ci tendono una mano mentre con l’altra impugno un coltello, o un fiore, o un fiore che funge da coltello. Ci comprano e ci vendono, e noi nemmeno lo sappiamo. È questo che fanno, loro.

Sto parlando delle persone. Sto parlando di ognuno di noi. Perché è questo che facciamo ogni giorno della nostra vita, in ogni circostanza, in ogni momento: vendiamo e compriamo. Facebook siamo noi. Ma lo siamo da sempre. Ognuno di noi osserva nell’ombra gli altri, ognuno di noi è osservato da occhi che si muovono nell’ombra. Prima di dichiararti alla tua ragazza tu hai studiato i suoi gusti, hai sondato il terreno per capire se le piace la musica rock o preferisce i brani jazz, per sapere se preferisce la cucina cinese e i fast food. Hai studiato per un esame universitario e hai chiesto ai tuoi amici quali argomenti il professore di solito preferisce, così da poter piazzare meglio il tuo prodotto: la tua preparazione. E così via. E così sempre. Ma poi viene fuori che il social network di Zuckerberg ruba (o “ruba”) i vostri dati personali a vostra insaputa e insorgete. Perché? Guardare gli altri, studiarne le mosse e gli atteggiamenti, al fine di capirne il più possibile le inclinazioni e i pensieri, per poi poter vendere e offrire loro il miglior prodotto possibile, è un atteggiamento umano. Lo facciamo tutti noi. Internet non fa eccezione: è solo un altro luogo in cui l’umano dispiega il suo potenziale, il “solito” stare al mondo. La sorveglianza, per usare un termine foucaultiano (che, detto tra noi, è un autore che non amo), non è tanto, o non solo, una mera condizione di controllo dall’alto (il classico modello verticistico di rapporti tra istituzioni/autorità e cittadini) ma soprattutto una forma implicita, in un’ottica di rapporti orizzontale, di relazione tra i soggetti. Si potrebbe dire che l’esposizione (non solo) sulla rete di noi stessi, di informazioni su di noi, di immagini, pensieri, storie, opinioni e altro che ci riguardano, sia il congruo prezzo da pagare per la possibilità di avere a disposizione informazioni, immagini, storie e pensieri di altri. In altre parole, il controllo degli altri su di noi è ripagato dal controllo che noi esercitiamo sugli altri.

Dunque, qual è lo scandalo? Dov’è il problema? Che Facebook o altre agenzie prendano i dati personali degli utenti e li studino, per poter piazzare loro pubblicità mirate o per interpretare le loro tendenze e inclinazioni nel tentativo di individuare qualche atteggiamento o pensiero, per poi provare a influenzarlo, non mi importa nulla, e non dovrebbe importare nulla a nessuno: è esattamente ciò che facciamo noi ogni giorno. Perché è così che agiamo, è così che ci comportiamo: rubiamo, spiamo, osserviamo nascosti, studiamo i dettagli, sempre nel tentativo di offrire agli altri il miglior prodotto di cui siamo capaci al minor prezzo. “Loro” siamo noi. E quindi vendiamo e compriamo. Noi stessi, gli altri, il tempo, l’amore, la guerra, il detersivo, l’idea di democrazia, gli esami all’università, i figli, la gratitudine, i colori, la tazza in cui bere il caffè la mattina, le penne a sfera, il quadrato di un binomio, il processo di desertificazione, lo zucchero a velo, il numero sette e il numero di conto corrente, la corrente del fiume in cui anneghiamo i nostri dubbi, le paure e le aure, le albe finte e i tramonti di plastica, la verità, l’altra verità, la mezza verità, la quadrupla verità, amor ca nulla amato amar perdona, gli armadilli, quella sera in cui l’hai baciata per la prima volta, le frasi interrot, il senso della morte, la nascita di tuo figlio, le carezze e gli stupri, i libri e gli utensili da giardino, i poeti che si impiccano nei fienili o si ammazzano mettendo la testa nel forno, questo articolo, l’articolo il, la scuola, l’aborto, i campi coltivati, i bulloni, il bullismo, i bulbi oculari, le lacune, i corpi morti, i sorrisi, pensieri parole opere omissioni dire fare baciare credere obbedire combattere giallo viola blu cubismo espressionismo surrealismo quadri fiori picche fucili pistole cani tigri treni mani che si stringono musica notte cielo tu io noi voi essi dolori gioie castelli nei cieli e cieli nei castelli, ogni cosa, sempre e comunque, i sempre e i comunque, questo momento e tutti i suoi figli, l’eternità di ogni attimo, il nulla, la guerra, l’amore, il tempo, gli altri, noi stessi.

Quindi non abbiate paura. Continuate pure a pubblicare foto delle vostre torte senza zucchero, delle vostre vacanze in riva al mare, dei vostri figli che non sanno fare le divisioni a due cifre, dei vostri gattini, dei vostri canini, dei vostri sorrisini senza senso (che hanno il solo scopo di ricordare agli altri la loro infelicità). Continuate tranquillamente a commentare ogni cosa, senza riserve, senza remore, senza sapere. Di cosa avete paura? Non avete niente da nascondere. Poi, del resto, non fate altro che mettere in vetrina la vostra vita, è normale che qualcuno le dia un prezzo, no? Ma forse il problema è aver scoperto che costa poco, che siete in saldo, che non valete poi molto. Ma io questo lo sapevo già, voi no? Continuate pure a mettere “mi piace” ai finti aforismi, alle foto con le dediche per non dimenticare momenti che non siete in grado di vivere, alle frasi dei vip, a quelle che credete essere profonde verità (e che invece sono insulti alla poesia). Continuate serenamente a spiare il profilo della vostra compagna di classe del liceo, che nella gita dell’ultimo anno vi ha detto no, in fondo sono passati solo diciassette anni; continuate a tenere sotto controllo la pagina del ragazzo che vi ha lasciato per un’altra donna più bella, più intelligente, più simpatica, nella speranza che scriva un giorno di essere single o triste o morto; continuate a fingervi colti professori di epistemologia romanza, esperti di musica o di fumetti o di letteratura gotica o di cardiochirurgia o di idraulica o di politica o di quel cazzo che vi serve per dire al mondo e agli altri “ehi, eccomi, sono qui, sono bravo/a e intelligente, perché non dovremmo scopare?”. Continuate pure a scrivere i vostri pensierini e a spacciarli per poesie, a violentare i puntini sospensivi, a cogliere l’attimo (o attimino, come piace dire a voi), a fotografare cieli che non volerete mai. Ma forse, in fondo, un po’ vi capisco. Vi sentite toccati nel vostro intimo, vi sentite colpevoli di avere una vita mediocre, banale, insulsa, tiepida, senza traccia di poesia. Non abbiate paura di Facebook o di chi può trafugare e usare i vostri dati personali. Siate tranquilli. Non avete niente da nascondere. Davvero, non avete proprio niente. E forse è proprio questo il vostro problema.

 

 

 

robe

Scrivo, cerco, abito esistenze. Ho trovato nella sociologia una dimensione che posso chiamare casa. Mi affascinano la potenza degli atti creativi, le esplosioni di idee, la dialettica esistente tra il divenire sociale e i processi di costruzione identitaria, tutte le assenze, qualsiasi cosa sia altro. Allora mi lascio scrivere, cercare, abitare.