3 mostri fanno colazione nella mia testa

 

 

In un mondo senza nome, immerso in una pioggia incessante, tre mostri scrivono sui fiori.

 

 

 

 

Quando finirà la pioggia? Questo buio mi rassicura, mi piace stare a casa. Lo senti il temporale? Lui ritornerà, lo so, forse stanotte. E il vento mi stordisce, eppure non potrei immaginare i suoni senza la sua inquietante e dolce eco. Ho paura. Credo lui possa sentire l’odore dei miei desideri. Forse dovrei ucciderlo. Sì, sono felice, sento il frastuono dei tuoi capelli che crescono nelle mie carezze. Come hai fatto a sopravvivere a l’orrore della nascita? Quella vecchia poesia si sta spegnendo, guarda. Temo sia ora di chiudere gli occhi dall’interno. E le parole, loro sì che sanno bruciare, non come le stelle, che sono solo vere e nulla più. Mi ricordi un uccello nero e spaventoso, quello del poeta senza vita, com’è che si chiamava? Ripetizione, ripetizione, ripetizione. La pioggia continua. Mi mancano i giorni in cui non c’era niente. Il vento insiste. Parole, voi che siete dee sanguinarie, venite ad aiutarmi. Lo senti il temporale? In cambio vi offro tutto ciò che non conosco, l’interminabile scia di angeli affetti da angoscia e sifilide. Oh, grazie davvero, mi piace molto il taglio nei tuoi occhi. Questo posto ha il sapore dei vetri rotti, ci sono pezzi di notte conficcati ovunque. Così puoi custodire l’orizzonte. Perché l’aragosta è ancora davanti allo specchio. Non esiste niente che sia lontano. Lui è qui, avverto la sua assenza. Senti come penetra in ogni mentre, in ogni direzione, in ogni traiettoria del possibile? Dovremmo andare in vacanza, a me piace molto il mare. Sì, la finzione è una necessità dalla quale non possiamo prescindere. L’apparire è l’essere più autentico. Vorrei che lui fosse qui. Allora io gli dissi che poteva anche tenersi quella stupida realtà. A volte vorrei essere proprio come te. Te la ricordi quella passeggiata nella neve? Avrei voluto morire, quel giorno. Ero così felice. Le dimensioni si intrecciano, questa danza è così complessa, così bella, così da morire. Voglio proprio vedere che cosa non succede, sai, ho intenzione di non scrivere nessuna lettera, la darò a un postino immaginario, il destinatario sarà anonimo. La pioggia colpisce i vetri, tutto il mondo trema. C’è una canzone che parla di una persona triste, ma la musica è allegra. È il tipo di funerale che voglio per me. Io credo che lo scoglio argini la terra, non il mare. Forse è il caso che lui torni, non credi? Non vedo l’ora di sentire la poesia della porta che si apre. Il mio vestito blu è talmente bello, credo che lo butterò tra i rifiuti. A volte vorrei essere proprio come te. Ogni volta che mi sveglio sono sempre più lontano da casa. E la dispersione cosa fa, intanto? Ho voglia di dormire, sono stanco. Ci sarà un ballo tra sette giorni, ma io non so come si aspetta. Mi fanno male le guance, carenza di carezze. Per un attimo ho pensato che lui fosse tornato, ma era solo il rumore del vento che si spezza. Quanti fotogrammi sono passati da queste parti? Agosto ghiaccia qualsiasi cosa, come l’esatto istante in cui la pace si conclude in guerra. È il destino dei girasoli: ma cosa fanno le idee quando nessuno le guarda? Osserva bene le mie mani, presto o tardi porteranno l’orizzonte nei tuoi occhi. Voglio piangere. Non capisco le attese, il sale. Le case sono boschi, così dirà mio figlio. Tranquilla, lui non tornerà più. L’ho ucciso. Sullo sfondo, proprio accanto ai ghiacciai, lì si trova quel bacio andato perso. I fulmini iniziano a pregare. Non capisco. Ho paura. Come stai? Le pietre stanche. Quanti giorni uguali. Le bugie, quelle sere. Hai delle così belle mani. No, questa settimana devo riposare. Sono solo pagine, è un percorso di morte. Sono felice, sento i rintocchi dei tuoi polsi nelle mie vene. Vado a passeggiare un rischio. Amo gli inverni, loro sanno come piangono i miei ricordi. E tu cosa hai fatto, dopo? Gli uccelli dentro i vetri, frantumi. Domani avrò un altro progetto da smontare. Piove, piove, piove, piove. Ti porterò a pattinare sul ghiaccio appena si scioglie. Dicono che io non esisto. Si sta così bene qui. Mi lancerò nel vuoto dei loro cuori e atterrerò sui suoi capelli neri. Di vita si muore. Spero che il tetto si apra e che lo spazio profondo mi risucchi. Domani mi sveglierò tardi per farti una collana. Bussano alla porta, credo. Sento pulsare. Forse sono tempie. Mi serve del sangue per questo fazzoletto. Da ventisette anni ho perso il conto del tempo che passa. Non capisco il senso dei fili degli aquiloni. Pioggia. Amore o prigionia. Una volta ho scritto una favola che parlava di insetti, vuoi che te la racconti? Anche io credo che il cielo, visto dalle radici, sembri crescere sui rami. Di notte c’è sempre rumore di respiri e di tende lacerate da desideri inesprimibili. Pensi ancora a lei? Fuori si gela, meglio coprirsi di sensi di colpa. Per esempio, adesso. Vorrei che tutto fosse come quella volta che non è mai accaduta, era un cervo, lo ricordo come se fosse successo domani, mi sdraiai sulla sua schiena a disegnare intere settimane di tenerezza. E il vento, allora? È qui che canta canzoni senza sosta. Ho sognato ancora di stringerle la mano. Quanto tempo è passato? È lontano ancora ventisette nodi. Ne abbiamo di strada da sciogliere. C’era musica sulle sue dita. Il letto, bisogna controllare sotto il letto. Lui potrebbe essere tornato in un bacio di ciglia. Lo senti il temporale? Sta’ tranquillo, stanotte partirò via per sempre. Sta’ tranquilla, non ti lascerò mai. Le luci, dentro le città, i colori degli altri, la guerra fatta di carezze in fuga, i treni che. Ricordo ancora quel giorno, certo, il libro era sul cuscino, lo aveva scritto un poeta morto durante una passeggiata nella neve. Mi piace il tuo modo di essermi. Sono molto stanco. La pioggia, ancora. Devo andare. Andando devo. Dove andare. Onde evitare: mare di guai. Gocce che mangiano navi. Un urlo, lo hai sentito? Un altro ancora. Ci sono gli oceani profondi e neri nei suoi occhi. Oggi è l’anniversario del mai stato, il mondo di essere del modo in cui l’essere nel mondo si fa modo di essere e quindi io. Di come vedo la bellezza: ovunque, comunque, durante, mentre, intanto, incanto, irrimediabile. Sì, hai ragione: la poesia è il solo sole possibile. Piove, piove, piove, piove, piove. Il resto è solo opaca infinità. Il vago ha tirato dentro un’incertezza nel suo cappello. Ne discutevo proprio la prossima settimana con uno sconosciuto sulla soglia di una scorta di certezze per le notti di luna in piena. No, non sono d’accordo: mi sono chiesto: posso non scrivere: la risposta è stata: penna a sfera: spera che venga presa: le mie mani sanno di blu. Lui è fatto così: come non sono fatti gli altri. Lo senti il temporale? O meglio: peggio. È la realtà della realtà, le molte dimensioni dell’abitare la vita. Mi sento sentire. Voglio niente e subito. Giochiamo ai morti? Non smettere per me. Forse lui non è mai andato via. Qualcosa mi pulsa nelle iridi. Piacere di dimenticarti. Lui sono io. Le sirene alla deriva. Pioggia contro i vetri. E io. Un cielo stellato anche di mattina: mi ricorda una sinfonia che non sono sicuro esista davvero. Sono confuso e spaventato, come chi nasce. Fermo sullo specchio c’è un insetto. Mi piace pensare e lei. E questo è tutto? Almeno sei sincero. Sai bene che il mare mi piace solo d’inverno. Forse dovrei cominciare a finire. Mi penso. Le nuvole hanno lo stesso colore dei tuoi desideri morti. E poi lui tornerà, lo dicono le assenze, lo sussurrano tutti gli sguardi di lei, uno speranza disperata: un inevitabile sbocciare. Parole, piove, parole, piove, parole. Ho capito. Il sogno. Non è ancora. Finito. Domani lui tornerà, ne sono sicuro. Lo so che può sentire il tanfo delle mie fantasie. Forse dovrei uccidermi. C’è una possibilità su spente dita che possa rendere prigioniera una carezza, come quel poeta rinchiuso in una gabbia per topi. Primavere da sfoltire lungo i viali delle aurore sbocciate sottoterra. Passo il tempo a inventare momenti che poi inevitabilmente si uccidono tra loro. Non posso più stare qui, portami via, ti prego. Lo senti il temporale? Voglio organizzare una festa senza tema, ma so già che avrò paura. Dunque le hai parlato del tuo amore per l’ineffabile, della tua necessità di metafora? Ho un rumore al cervello che non si spegne mai. Mi sta venendo da rimpiangere. Io voglio solo che tu non capisca che l’ho fatto per te: la tua inesistenza mi deve un perdono. Ricordo l’esatto istante in cui la vidi per sempre. Lui è qui dentro. Cascate di petali. Immanenze perpetrate nel dettaglio, alla rinfusa, secondo le tegole del tetto del caso, sotto il quale dormono tutti i demoni sognanti. Sai cosa? Vorrei che tutto si fermasse, che niente sia come tutto, e viceversa. Pensi ancora a lei? Non sto piangendo. Le case parlano di funerali falliti, di cornici sopite in attesa di movimenti da rendere eterni, o di volti sfiorati dal tempo. A volte vorrei essere proprio come te. Mi dispiace. Piove, ancora, sempre, dentro, ripetizione. A volte vorrei essere proprio come te. Mi dispiace. Devo scegliere la faccia che indosserò quando dovrò stringergli la mano. Dissolvenze in blu, vortici di poesia. Quello che resta è solo tiepida infinità. Ho provato a guardare il futuro negli occhi e ho visto una parete. Annegare negazioni è il mio spaziotempo preferito. Ti hanno detto che sono inconcludente da sempre e mi dispiace che gli altri sappiano conoscermi, ti hanno detto che sono falso da bambino e mi dispiace che tu sia il mio principio. Mi chiedo: e se le stesse sere: le pretese leggere: le dee severe: le mete nere: le stelle spente: le tenebre nelle vertebre: e se: ti chiedo. La pace nelle bocche. Lo senti il temporale? Lui non è mai esistito, lo vuoi capire? Ecco com’è andata: l’abbraccio è penetrato fino all’osso. Mi confondo con il freddo. Non è successo niente. Si gela, qui dentro. Era il tempo delle notti disegnate: io che guardo lei, lui che mi contiene, lei che mi stringe la mano nei sogni, lui che mi tiene sveglio: la pioggia, la sabbia, gli inverni degli alfabeti, la transumanza delle idee stanche, l’imprevedibile puntuale, la poesia chiude gli occhi mentre qualcosa urla nelle mie palpebre silenziose: era il tempo delle notti disdegnate. Lento. Tutto. Piano. Solo. Un raggio di sole si ferma su un ramo e trema. Credo ancora in ciò che taccio. Ho sprecato la tua vita. Dolci mattine improvvisano una danza intorno al tavolo. Le molte dame dei giorni miei. Sì, sto bene. Un uomo entra in una stanza vuota e c’è una sola cosa che può fare. La libertà di fare prigionieri inciampa nelle mine antidoto: matite malattie: disegni di febbri altre: immaginazione estremamente intessuta vissuta cicuta. In un bosco di case. Piove, piange, piove. Briciole di chiara notte. Punti infermi nuotano bendati sulla lingua del cannone. Allora ho fatto la sola cosa che potessi fare: mi sono seduto qui e ho pianto. Bruciare la pelle. Fingersi. Povertà di petali. Mi interrompo per le trasmissioni. Sui ponti nelle sere di pioggia lieve. Di appuntamenti e di dee in disordine. Lui lo sente il temporale? Non ho idea di che ora sia. Basta così. Non vorrai mica essere nella sua testa? Quella poesia che parla di rifiuti e gabbie prive di uccelli. Voglio uscire, voglio restare. Le abitudini deleterie. Gli attimi di ciglia. Io ti fiorirò. Io ti fiorirò. Sulla sua nostra tomba. Non vorrei essere da nessun’altra parte. Ho sognato di stringerle la mano. Mi sento nascere. Ho paura. Va tutto bene. Il vento mi canta. Il cielo infinito nei suoi cieli nei miei occhi. Non so quando finirà la pioggia.

 

 

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Scrivo, cerco, abito esistenze. Ho trovato nella sociologia una dimensione che posso chiamare casa. Mi affascinano la potenza degli atti creativi, le esplosioni di idee, la dialettica esistente tra il divenire sociale e i processi di costruzione identitaria, tutte le assenze, qualsiasi cosa sia altro. Allora mi lascio scrivere, cercare, abitare.

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