1 riflessione sull’economia internazionale secondo Donald Trump: “fair globalization” o neomercantilismo?

L’accordo stipulato tra gli Stati Uniti e il Messico l’8 giugno ha l’obiettivo di rafforzare il controllo del confine tra i due Stati per contrastare l’immigrazione illegale.
Durante le trattative, il Presidente Trump ha dichiarato che, nel caso in cui il Messico avesse boicottato le trattative, gli USA avrebbero imposto l’aumento dei dazi sulle merci in entrata.
Tale accordo ha, quindi, sancito l’utilizzo della minaccia protezionista come importante strumento della diplomazia economica.
Studiosi ed esperti, dunque, si chiedono se la globalizzazione economica iniziata negli anni ’80 del secolo scorso sia al capolinea.

Il Presidente statunitense ha dichiarato più volte che il ritorno al protezionismo non è nella sua agenda economica ed ha fatto invece riferimento al concetto di fair globalization secondo cui occorre porre limite all’espansione del mercato cinese su scala mondiale.
L’abbassamento dei dazi doganali ha favorito l’espansione delle merci cinesi nei mercati occidentali.
Le multinazionali hanno perseguito, a partire dagli anni ’80, la strategia delle economie di scala che è stata realizzata attraverso la costruzione di stabilimenti in Paesi a basso costo di manodopera nella logica di produzione su larga scala a costi ridotti.    Le merci sono così rivendute nei Paesi dell’Occidente industrializzato a costi bassi grazie anche all’imposizione di basse tariffe doganali.

Secondo i sostenitori del neoliberismo nell’economia internazionale ad oggi ancora mainstream la globalizzazione dei mercati ha favorito l’abbassamento dei prezzi dei prodotti nei mercati occidentali garantendo un sistema di concorrenza perfetta e, generalmente, un basso livello del tasso d’inflazione.
Al contrario, i detrattori dell’economia globalizzata ne hanno evidenziato gli aspetti negativi. Innanzitutto, la delocalizzazione dei fattori produttivi, capitale e lavoro, nei Paesi in via di sviluppo ha causato l’aumento del tasso di disoccupazione nei Paesi sviluppati. Tale fenomeno è stato sicuramente accentuato dalla crisi economica internazionale scoppiata alla fine degli anni Duemila.

Le politiche di quantitative easing (allentamento quantitativo) adottate dalla Banca Centrale Europea basate sull’immissione di liquidità nel sistema monetario europeo e l’austerità non sembrano aver contribuito ad aumentare significativamente il tasso di occupazione in Europa.
Negli Stati Uniti la politica di bassi tassi d’interesse sul dollaro, seppure abbia contribuito a far ripartire l’economia americana, non ha fornito risposte definitive ai timori della middle class. La vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre 2016 ha rappresentato una richiesta di cambiamento da parte della classe media statunitense.

Trump ha dimostrato di aver compreso il problema centrale dei lavoratori americani: come creare nuovi posti di lavoro nel Paese? In quali modalità è possibile fermare la delocalizzazione dei fattori produttivi?
Trump, attirando su di sé l’acrimonia degli oppositori del Partito democratico e di parte del Partito repubblicano, ha sostenuto che l’abbassamento del livello di imposizione fiscale interna per attrarre gli IDE (investimenti diretti esteri) non fosse sufficiente a garantire la permanenza delle multinazionali sul territorio americano. Lo scopo è quello di proteggere la produzione nazionale nei confronti delle importazioni e in particolare dei prodotti cinesi. Il Presidente USA ha posto al suo elettorato un quesito chiaro: è giusto che le merci cinesi entrino nei mercati occidentali liberamente, con basse tariffe doganali, mentre i prodotti americani e occidentali esportati in Cina debbano essere sottoposti ad elevata imposizione doganale?

Secondo i detrattori del neoliberismo nell’economia internazionale il protezionismo commerciale ha favorito la nascita della Seconda rivoluzione industriale ed è tuttora uno strumento applicabile al fine di proteggere non solo le piccole e medie imprese, ma tutta l’economia nazionale.
La storia dei prossimi anni ci dirà se la fair globalization sia una risposta efficace ai problemi posti alla globalizzazione dei mercati oppure si affermeranno nuove forme di “neomercantilismo” nel commercio internazionale.

Filippo Battiloro

Nato il 31 ottobre 1989 a Napoli. Laureato magistrale in Studi Internazionali col massimo dei voti presso l'Università L'Orientale di Napoli nel 2013 con tesi riguardante l'ingresso della Turchia nella Nato. Laurea triennale in Relazioni internazionali e diplomatiche presso la medesima Università con tesi in lingua francese riguardante le relazioni politiche e diplomatiche dei Paesi del Nordafrica con le Grandi Potenze durante le primavere arabe pubblicata da L'Orientale editrice. Master in Studi diplomatici conseguito presso la società SIOI- sez. Campania. Esperto in lingua francese e inglese. Attualmente è Segretario amm.vo presso la ditta C.A.I.R. che ha sede presso la Curia di Napoli. Tirocinio universitario svolto presso il Consolato britannico di Napoli e la Prefettura di Napoli - Uff. legalizzazioni e immigrazione. Ha svolto volontariato presso l'Ufficio Immigrati della Caritas diocesana di Napoli per 18 mesi.