17 mesi di prigionia

Il 22 Novembre del 2018, pochi giorni dopo la scomparsa di Silvia Romano, ho scritto questa riflessione.

Non riesco a smettere di pensare a Silvia, la ragazza rapita in Kenya, dicendo “Potevo essere io”.

Chiunque mi conosca un minimo sa della voce che, da quando avevo 6 anni, mi chiama dal Sud Africa; ogni passo che faccio che mi allontana da quella direzione mi stringe il cuore, ma mi dico che in realtà è solo per iniziare a lavorare e mettere denaro da parte per poi partire.

Prima il diploma, poi la laurea triennale, poi la morte di Mandela che ha agitato gli animi già inquieti, la lavata di mani del consolato italiano che mi spinge a prendere anche la laurea magistrale… Potrebbero essere considerate scuse, ma io ci credevo e ci credo ancora, nonostante abbia sofferto a rimandare ogni volta.

Silvia no. Lei non si è fatta frenare, come me, da “Ma è un posto pericoloso!” “Prendi un titolo di studio completo!” “Trova prima un lavoro che ti faccia da paracadute.” “Non sei abbastanza…” aspettando un altro anno, ed un altro ancora…

Silvia ha lasciato il lavoro per rispondere a quella voce che sentiva anche lei ed è partita. Ora, se è ancora viva (e lo spero tanto) sta soffrendo, magari pensa “Se fossi rimasta a casa”…

Non conosco Silvia, ma conosco me.

E io ci andrò. Anch’io seguirò quella voce.

Si, ho paura; adesso sono terrorizzata, vorrei che questa giovane donna venisse ritrovata illesa e con la gioia di aver seguito la sua strada, seppure ogni ora che passa affievolisce tale speranza.

Ma devo essere sincera: ho più paura di non farlo, di restare ancora ferma, di abbandonare quella parte di me che, assieme all’amore per le storie, è rimasta immutata da quando ho memoria.

Io andrò in Africa. Magari non il prossimo anno, nè quello seguente, ma ci andrò. La situazione politica è orribile, certo, ma io lo devo fare. Per me e per tutti quelli che sentono la stessa voce. E tornerò per dimostrare a chi non ha mai creduto in me, a chi mi ha ostacolata, a chi ha tentato di distruggere la mia autostima, che io sono inamovibile.

Io non ho difficoltà a credere in me stessa, è nell’umanità che non ho alcuna fiducia!

Ed è per questo che lavorerò ancora di più, diverrò più forte in modo da affrontare e superare qualunque difficoltà, in questo continente o nell’altro.

Spero davvero che Silvia ce la faccia, che al suo ritorno non venga a sapere dei poveri ignoranti che, durante la sua prigionia, l’hanno derisa e insultata. Spero sia ancora disposta a fidarsi di qualcuno, perchè sebbene il mondo sia prevalentemente composto da merde, vale ancora la pena di seguire una voce che ti chiama per aiutare un popolo in difficoltà.

Venerdì 9 Maggio, dopo più di 17 mesi, il mondo ha saputo che Silvia è stata finalmente liberata e che è tornata entro 24 ore a casa, da sua madre che da mesi si rifiutava di fare apparizioni mediatiche, dal padre che nemmeno ci crede, tanto grande è l’emozione, da un quartiere che ha accolto la notizia facendo festa affacciandosi ai balconi, per manifestare la propria gioia nonostante la forzata chiusura in casa.

Come ho scritto un anno e mezzo fa, questo caso mi ha toccata personalmente, ma di me ho parlato abbastanza in precedenza; Silvia Romano era stata data per dispersa, nessuno di noi può immaginare né cosa abbia passato né i pensieri, le speranze e soprattutto la disperazione di due genitori che salutano la propria figlia, fieri del suo grande cuore e magari un po’ spaventati per il grande passo che sta per compiere. Dopo qualche settimana vengono a sapere che qualcuno ha deciso di rapirla, farle del male; e magari queste povere persone hanno pensato “Avrei potuto fermarla, dissuaderla, andare con lei” ogni giorno di questi 17 (17!) mesi, non sapendo se l’avrebbero rivista.

Il popolo italiano si è, come sempre, diviso al riguardo. Non voglio parlare di chi ha mandato i propri pensieri alla famiglia, dei positivi e dei gentili; voglio accusare quelli che, invece, hanno detto “ se l’è meritato!”, alludendo alla presunta incapacità di una donna di restare a casa propria e farsi i fatti suoi.

Ancora peggio, i commenti dei “Quanto ci è costato”. Non riesco ad immaginare quanto petrolio possa esserci nel cervello di persone che, alla notizia del ritorno in patria di una connazionale scomparsa da quasi due anni, l’unica cosa a cui riescano a pensare sia il costo in termini monetari dell’azione di servizi segreti e stato. Decine, centinaia di commenti sotto i post sui vari social che se la prendono con la “volontaria stipendiata” che avrebbe trovato lavoro anche in Italia, che poteva essere “lasciata là” visto che le piace il caldo.

Complimenti a questi patrioti, leoni da tastiera che non possono fare a meno di reclamare la libertà di espressione insultando una ragazza che ha vissuto nel terrore della prigionia, gli stessi che ora escono di casa ed incontrano gli amici perché reputano un paio di mesi di quarantena in casa propria, con la famiglia, una “prigione”.

Complimenti davvero.

Laura Sannini

Editor perennemente in guerra per la salvaguardia dei diritti (qualunque diritto), Laura è una fiera classicista e amante delle storie sotto qualunque forma. Tenta di farsi strada nel mondo, per nulla modestamente, esprimendo i suoi pensieri per iscritto senza peli sulla penna.