3 motivi per leggere Banana Yoshimoto

Ieri, ventiquattro luglio, la scrittrice giapponese Mahoko Yoshimoto, meglio nota come Banana, ha compiuto gli anni: quale occasione migliore per dedicarle una riflessione? Banana e io ci siamo “conosciute” a cavallo tra il 2009 e il 2010, quando la mia professoressa di italiano del liceo ci assegnò per le vacanze di Natale cinque libricini, tra i quali c’era anche Kitchen. Il primo approccio è stato senza dubbio strano, non sapevo come inquadrare quella scrittrice dal nome bizzarro che parlava di cucine, morti e tè alla pera (dettaglio che mi è rimasto impresso). Fortuna che, dopo qualche anno, questo stesso tè alla pera è tornato a solleticare i miei ricordi spingendomi a una rilettura. Quello è stato il punto di non ritorno, il momento in cui mi sono innamorata del suo stile così diverso dal solito e di cui non ne avevo mai abbastanza. Sono ancora lontana dal concludere la sua backlist perché col tempo sono sopraggiunti altri amori letterari, ma voglio comunque omaggiarla parlandovi delle ragioni per cui trovo sempre piacevole immergermi in una delle sue storie. I miei 3 motivi per leggere Banana Yoshimoto.

Lo stile

È risaputo che lo stile della Yoshimoto si rifà ai manga, in particolar modo agli shōjo manga dedicati a un pubblico femminile di età varia molto famosi negli anni Novanta, soprattutto per le atmosfere malinconiche ma leggere e sognanti che riesce a ricreare. Leggere un suo scritto è come fare una lunga passeggiata tra i sakura in fiore, magari chiacchierando con lei, assaporando qualche preparazione tipica, o lasciandosi avvolgere dal vento profumato di ciliegio.

Il formato

Il formato dei suoi libri è quasi sempre piccolo, è raro che arrivino alle duecento pagine, è ciò li rende perfetti per delle letture brevi ma intense, i giusti intermezzi quando si ha voglia di staccare la spina dal mondo terreno e proiettarsi altrove per un po’, il tutto senza rinunciare alla sostanza. La Yoshimoto parla della normalità, della vita quotidiana con i suoi dolori e gioie, più dolori che gioie, ma da una prospettiva tale da lasciare di stucco: “questa, in fondo, potrei essere io”, si pensa.

I messaggi

Banana Yoshimoto affronta temi ricorrenti nei suoi romanzi: giovani protagonisti giapponesi sfiniti dalla vita di tutti i giorni con i suoi impedimenti e traumi, religiosità soffusa, rapporti passionali e d’amicizia che seppur descritti come morbosi e malsani non lasciano mai tale sensazione di negatività al lettore, morte, dolore, lutto, talvolta un pizzico di sovrannaturale. Tematiche ripetute come un mantra, con combinazioni sempre diverse e differenti livelli d’ispirazione ma che, a lungo andare, potrebbero annoiare. Le produzioni dei primi anni sono ben lungi dal farlo, non a caso sono pregne di esempi appassionanti, pronte a lasciare un pizzico di luce e speranza a chi legge.

In Kitchen i temi di morte e solitudine sono collegati alla cornice del cibo, come il titolo stesso suggerisce, inteso non solo come risorsa materiale che permette il sostentamento dei personaggi ma anche come elemento d’unione, di comunità, di balsamo per l’anima (come darle torto?). Mikage, la protagonista delle prime due parti (Kitchen e Plenilunio), dopo la morte della nonna si chiude in sé stessa senza apparenti vie d’uscita, con la cucina (intesa come ambiente) a “tenerle compagnia”, ed è solo con l’intervento di Yūichi che la sua vita prende una nuova piega: il ragazzo e sua madre (che in realtà è suo padre ma la scrittrice introduce la questione lgbt+ in modo del tutto naturale) invitano Mikage a stare da loro. Un invito del tutto strabiliante, soprattutto per noi occidentali, ma che nell’universo malinconico ma rassicurante della Yoshimoto non stona affatto. Una nuova casa, nuovi rituali, cibo preparato con amore che donano nuova vita alla ragazza.

L’ultima parte del libro, Moonlight Shadow, condivide le medesime emozioni: il lutto per un fidanzato perso troppo presto, strane conoscenze ed esperienze sovrannaturali, cibo come collante dello spirito, e soprattutto un percorso per accettare il dolore della perdita.

In N.P. ritorna il tema della morte, della perdita affiancato all’elemento sovrannaturale come in Moonlight Shadow e, in parte ne L’abito di piume, il viaggio di una ragazza che, allontanatasi da una relazione morbosa con un uomo sposato, torna nel suo paese d’origine per ritrovare antichi e autentici affetti, nonché una strana sensazione di déjà-vu legata a una figura del passato che non ricorda.

Ricordi di un vicolo cieco è invece una raccolta di cinque racconti dedicati ad altrettante persone che dopo aver vissuto un trauma improvviso, emotivo, fisico, mentale, trovano il modo di vedere la vita da un’altra più prospettiva.

È ormai chiaro che il dolore per la Yoshimoto abbia sempre un valore positivo, costruttivo, portatore di qualcos’altro. Come l’aquila che, secondo una leggenda indiana, si strappa le penne divenute troppo spesse e rompe il becco troppo curvo contro la roccia per favorire il cambiamento e non lasciarsi morire, così i personaggi della scrittrice giapponese affrontano dolorosi, ma sempre delicati, travagli per tornare alla luce. Una contraddizione ossimorica che in lei assume un significato tutto particolare, tinto di sfumature manga a cui si rifà.

Ne Il coperchio del mare oltre al tema del ritorno a casa è presente anche l’amarezza del mondo che cambia, rovinato dal tocco malefico dell’essere umano, e di come ognuno di noi possa rivestire un piccolo ma importante ruolo salvifico per l’ambiente e la sua economia: Mari lascia la vita frenetica della capitale per tornare al suo paese e aprire un piccolo chiosco di granite naturali, un modo per dare nuova vita al turismo della propria terra in modo rispettoso.

Anche in Delfini il tema del mare ritorna sotto forma di delfini, appunto, che fanno da spirito guida a Kimiko durante la sua gravidanza inaspettata: guardare indietro e ricordare o tornare al passato?

Questa stessa domanda, così come tutte quelle che i personaggi si pongono nei vari romanzi, potremmo porla anche a noi stessi. Sappiamo con certezza che loro, qualunque risposta daranno, saranno spinti dal processo di cambiamento che li ha mossi da una pagina all’altra. E di noi possiamo dire lo stesso? Saremo capaci di passare da una pagina all’altra della nostra vita affrontando e accettando il cambiamento? Rompendo becchi e strappando piume se necessario?

la.grafite

Laura Andrea Parascandolo, per vezzo la.grafite, è un'editor maniaca del controllo, amante della parola in forma scritta, alla continua ricerca della perfettibilità. Dalla consulenza alla stesura, dal consiglio alla correzione, la sua matita si presta a qualsiasi tipologia di testo, a patto di mimetizzarsi tra le righe grigie dei vostri notebook. Ha una parlata caratteristica, colorita, abbondante di metafore e similitudini, spesso un tutt'uno con la sua scrittura. Bibliofila, divoratrice di storie, soprattutto di romanzi storici e classici della letteratura inglese, ha reso la lettura, l'acquisto, lo scambio e la catalogazione compulsiva di libri il cuore pulsante della sua vita.

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