500 anni di Capoeira

Arte marziale, danza, stile di vita. Non molti conoscono la Capoeira, ed è arrivato il momento di rimediare!

Spesso nella storia dell’uomo si sono verificati diversi episodi caratterizzati da odio, oppressione, conflitti o comunque avversione nei confronti del diverso, che hanno sempre portato un cambiamento radicale nel mondo conosciuto fino ad allora, e non sempre questo cambiamento era positivo: basti pensare alla Rivoluzione francese, alle Guerre mondiali, alle conquiste romane o al fatale 1492, che oltre alla persecuzione araba in Spagna per la riconquista di Granada, fu l’anno in cui la scoperta di un nuovo continente permise la già sperimentata schiavitù africana. La colonizzazione portoghese in Sudamerica apportò un enorme incremento demografico in Brasile, poiché gli schiavi neri si sommarono ai nativi nel lavoro delle piantagioni e l’unione fra le due etnie (gli Yoruba, Ewe, Bantu e Fon africani e i brasiliani) è servita come ponte per la creazione di una nuova cultura.

In quello, che fu uno dei momenti peggiori nella Storia,un’importante conseguenza della ribellione che avvenne alla fine del XV secolo fu la nascita della Capoeira. Molta della documentazione su quest’arte è andata perduta alla fine del XIX secolo per via di un ordine del ministro Rui Barbosa, il quale mandò a distruzione la maggior parte dei documenti riguardanti la compravendita di esseri umani, in modo da impedire, sia da parte degli ex-schiavi sia degli ex-padroni, la richiesta di risarcimenti. La giustificazione politica fu il tentativo di cancellare l’orrore della schiavitù e del commercio umano; l’intento era di far sparire i registri e gli atti di vendita. Questa distruzione giustifica la scarsità di documenti e dati circa la Capoeira e diverse altre forme di cultura afro – brasiliana, le cui origini sopravvivono ormai solo nei ricordi e nei canti popolari.

La Capoeira è un’arte marziale unita a musica e danza, creata da discendenti degli schiavi africani nati in Brasile i quali, costretti a lavorare ogni giorno per molte ore, si ritiravano nelle Senzalas (bui ed enormi sotterranei privi di pareti divisorie) per trascorrervi la notte e i pochi momenti di riposo. Con le ingerenze olandesi nelle colonie portoghesi, durate più di trent’anni, gli schiavi approfittarono degli scontri per darsi alla fuga nelle foreste, dove inventarono un modo per proteggersi dai colonizzatori a mani nude; la rivolta non portò alla libertà permanente, perché gli schiavi furono catturati. I primi documenti che usano il termine “Capoeira” per parlare di una lotta risalgono al 1624, quando gli incaricati di recuperare i fuggiaschi riportarono per iscritto i resoconti delle loro spedizioni, parlando degli schiavi quasi come animali selvatici.

Tornati nei campi da lavoro (fazendas),nei rari momenti di riposo mascheravano la pratica e l’esercizio delle loro lotte tribali cambiandole in musiche e balli alla presenza dei padroni, ingannando i “fazendeiros” che li lasciavano fare credendo che quella loro “festa” fosse un buon modo per distrarli e non farli ribellare. Gli schiavi, inoltre, riuscirono a nascondersi grazie ad un ingegnoso metodo, cioè la Roda.

Ai giorni nostri, essa costituisce il momento più importante per un gruppo di capoeristi, perché è il momento in cui ci si riunisce in circolo per jogare (combattere), ma nasce come muro umano che nascondeva agli occhi dei fazendeiros i due jogatori con i corpi dei compagni, i quali cantano, suonano e battono le mani. Inoltre, è importante sapere che la Roda è indispensabile per la circolazione di axe, l’energia spirituale esistente in ogni cosa.

Inoltre, visto che il traffico di schiavi crebbe fino al divieto promulgato nel 1850, la popolazione nera aumentò fino a superare quella bianca, il cui unico modo per sottomettere e tenere a bada gli schiavi era l’uso delle armi da fuoco, che questi ultimi non possedevano né sapevano utilizzare, e l’incoraggiamento delle manifestazioni afro – brasiliane, che non solo servivano come valvola di sfogo per le tensioni accumulate, ma anche (secondo i bianchi) ad accentuare le differenze tra le varie etnie.

Spesso, essendo di diversa provenienza e non parlando la stessa lingua, socializzavano attraverso il ballo e la musica, superando le barriere di comunicazione imposte dai padroni. Molti di loro erano guerrieri strappati ai loro eserciti, esperti nella lotta e nel combattimento e preparati anche dal duro lavoro; cominciarono allora a esercitarsi in attesa del momento buono per la fuga.

Fuga che però risultò non necessaria: nel 1850 fu promulgata la legge “Eusébio de Queirós” che proibiva l’arrivo delle navi negriere e la compravendita di esseri umani; in seguito furono proibiti i culti e le manifestazioni tradizionali non riconosciuti dalla Chiesa Cattolica, in particolare la Capoeira, che infatti era proprio una lotta; è interessante notare che essa venne riconosciuta come tale soprattutto per via del berimbau, che è un arco di bambù, all’estremità del quale poteva essere legato qualcosa di appuntito utilizzabile come arma bianca.

Naturalmente, questo non fermò in alcun modo le manifestazioni, anzi, le incoraggiò fino al renderle maggiormente motivo di unione culturale: unirsi contro un nemico comune è utile all’aggregazione fra sottomessi.

La Capoeira fu quindi bandita e il Capoerista considerato un criminale, anche perché i guerrieri di colore venivano spesso utilizzati dai politici sia come combattenti che come capri espiatori e sobillatori.

Secoli dopo, a Rio de Janeiro, le maltas (gruppi) di Capoeira sarebbero state conosciute per i tumulti provocati durante i comizi politici mentre nel Pernambuco sarebbero arrivati a sfidare addirittura la polizia militare. La Capoeira, da manifestazione culturale e tradizionale, era diventata un “problema sociale” a carattere nazionale.

La Capoeira ora praticata nelle palestre di tutto il mondo è quella sopravvissuta alle repressioni avvenute nel Brasile di due secoli fa, grazie allo stato di Bahia dove l’alta percentuale di ex-schiavi di origine africana consentì la conservazione di molti riti e tradizioni favorendola crescita della diffusione della Capoeira. In questa regione la maggior parte dei capoeristi era anche parte della comunità spirituale per via del forte legame con le religioni ancestrali degli schiavi a cui erano indissolubilmente legati strumenti musicali e ritmi.

Infatti, fu proprio lì che vennero “scelti” gli strumenti musicali tipici della Capoeira. I riti religiosi furono trasportati nella Roda attraverso l’utilizzo degli strumenti in modo simile alle cerimonie spirituali; la triade dei tamburi (atabaques) fu ripresa con la triade dei berimbau, il cerchio per la cerimonia in onore delle divinità naturali (orixas) divenne la Roda di Capoeira, i vestiti e il giorno dedicati ai “santi”, i canti celebranti i riti religiosi del Candomblè (che in brasiliano significa proprio “danze di schiavi neri”), il possesso di amuleti e protezioni contro gli spiriti e gli uomini, tutto contribuì a diminuire il carattere violento ed a trasformare il “jogatore di Capuera” in un artista.

E ora bisogna chiedersi quanto il nostro tempo abbia capito della Capoeira originale: essa è un vero e proprio processo culturale, anche se inconsapevole, modificatasi nel corso dei secoli, ed ogni grande Mestre ha portato qualcosa di nuovo nel suo sviluppo.

Molte persone nelle palestre Europee vantano il titolo di Mestre De Capoeira, ma possono davvero farlo a pieno diritto?

Il nostro tempo, o meglio il nostro mondo, si sta pian piano sgretolando sotto i colpi del martello chiamato Globalizzazione, e non sempre questo è un fenomeno positivo per la cultura dei singoli paesi: lo scambio di “idee”, prodotti e mezzi di produzione, con lo scopo di aiutare i paesi meno fortunati e far conoscere il proprio a livello mondiale può essere un vantaggio finché non dimostra di essere deleterio per la propria società che, conoscendo e integrando le altre, può non essere più la stessa al punto da risultare irriconoscibile.

Molte espressioni culturali sono andate quasi del tutto perdute e dimenticate, come quelle degli Indiani d’America, dei quali l’Europa ha distrutto brutalmente ogni tradizione, pentendosene e tentando di rimediare con libri o film che sono un blando tentativo di coglierne il vero spirito.

Pur contando tutti i benefici che gli scambi hanno apportato al nostro mondo, bisogna chiedersi: ne valeva davvero la pena? È giusto rischiare di perdere la propria identità culturale per integrare quelle altrui, anche senza capirle appieno?

La Capoeira si è diffusa nel resto del mondo quasi per caso nell’ultimo secolo e non ha dovuto patire molto per farsi accettare, diversamente dai primi cento anni dalla sua nascita, questo non solo perché la tolleranza nei confronti del “diverso” è aumentata, sia dal punto di vista razziale che culturale, ma soprattutto perché sembra che ci sia in ogni diversa comunità un disperato bisogno di novità e cambiamenti. Come molti bambini che diventano adolescenti, le nazioni stanno tentando di rendere le loro abitudini, e di conseguenza le tradizioni, sempre più simili fra loro, perdendo la propria identità per integrarsi alla massa.

Questi bambini sono soprattutto gli Europei, che prendono vari aspetti storico-culturali dalle società che li circondano, come se non riuscissero ad accettare le proprie.

Ad esempio, nelle altre nazioni si dice dell’Italia che si regga sulla Mafia, che abbia di buono solo la cucina, che gli italiani si siano ridotti a un popolo di parassiti il cui unico scopo sia lamentarsi dei propri politici e della scarsità di lavoro e denaro.

Il passato dell’Italia ne sta rovinando il presente, che continua a sprofondare sempre più nel baratro, e per questo va in cerca di ciò che non le appartiene per farlo proprio, dimenticando quello che era tra umanesimo e Rinascimento: un paese di scienziati, navigatori, artisti di ogni genere.

Ancora: in tutto il mondo v’è il culto dell’America, vista non più come la terra della democrazia e dei diritti, che per prima si è emancipata dalla Madre patria Inghilterra, ma in maniera del tutto sbagliata; ora è la terra dell’Hard Rock Cafè, Starbucks e del guadagno facile.

Questi chlichè hanno unificato quasi mezzo continente sotto un unico stereotipo; è una delle cose peggiori che possano capitare a un paese che tenta di avere una propria indipendenza culturale.

Anche gli ex schiavi non sono da meno; la loro religione (il Candomblè) ha subito delle influenze non sottovalutabili, provenienti per lo più dalla religione Cattolica che i preti europei hanno tentato di portare in Sudamerica: le strutture gerarchiche delle autorità spirituali sono molto simili a quelle della Chiesa Cattolica, come anche il periodo di digiuno fisico che precede l’iniziazione di un novizio.

La Capoeira, ora secondo sport nazionale del Brasile subito dopo il calcio, è divenuta tanto importante e diffusa in tutto il mondo grazie a Mestre Bimba, creatore della Capoeira Regionale. Resosi conto che la Capoeira stava scomparendo per via del proibizionismo governativo, tentò di modernizzarla rendendola più dinamica ma senza togliervi il significato religioso; dopo vent’anni di lotta, nel 1932 ottenne la liberalizzazione della pratica capoeristica e di tutte le altre forme di manifestazione della cultura afro – brasiliana aprendo la prima palestra legale e riconosciuta come tale, introducendo anche le varie gradazioni di livello fra gli allievi tramite i colori della cordel (il maestro ne indossa una bianca, gli studenti una verde, gialla, blu o rossa). Di certo non poteva sapere che l’arte cui ha dedicato tutta la vita sarebbe stata tanto mercificata dopo la sua morte.

Ed è qui che si ritorna al problema iniziale: diffondere una celebrazione culturale in tutto il mondo è giusto, perché è utile conoscere le tradizioni di altre società, ma non bisogna perdere la propria identità culturale e storica a favore di quella entrante, né svalutare o modificarla.

Le tradizioni sono il modo degli antichi per tramandarci il loro pensiero, le loro abitudini, e non per permettere a noi di specularvi sopra. La nascita e il successivo sviluppo della Capoeira sono due processi culturali che derivano da più di una necessità (la libertà dalla schiavitù, l’aggregazione fra sottomessi, il rispetto e la custodia del proprio culto religioso), e non tutti i suoi attuali praticanti ne conoscono la storia, quindi si limitano a guadagnarci. Quest’arte è stata utilizzata anche in molte forme di spettacolo come i film “Catwoman” ed “Ocean’s Twelve” (Vincent Cassel vi ricorre abilmente per passare attraverso un reticolato laser), o in manga e videogames, come il famoso videogioco giapponese di lotta “Tekken”.

Come la lingua italiana che dal fiorentino Dantesco, passando per il linguaggio Manzoniano, è giunta in quest’epoca che la deturpa rendendola quasi incomprensibile, la sacralità delle tradizioni arcaiche è stata persa nel tempo, probabilmente in maniera irrecuperabile. Bisogna evitare che accada ancora.

È bello che questo secolo sia aperto a tutto, che le scoperte scientifiche e tecnologiche e la incrementata velocità di comunicazione permettano ad ogni società una conoscenza maggiore degli altri popoli, ma questo non dovrebbe portare ad una miscela incomprensibile di tutte le tradizioni, che non ne creano una nuova, piuttosto distruggono quelle vecchie.

Laura Sannini

Editor perennemente in guerra per la salvaguardia dei diritti (qualunque diritto), Laura è una fiera classicista e amante delle storie sotto qualunque forma. Tenta di farsi strada nel mondo, per nulla modestamente, esprimendo i suoi pensieri per iscritto senza peli sulla penna.

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